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venerdì, settembre 24, 2004

Scusate il mio silenzio, ma sono stata via tre giorni. Da domani smetto la latitanza.
postato da: gibe2001 alle ore 22:21 | link | commenti (8)
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martedì, settembre 21, 2004

2a e ultima puntata.

Martedì.
Sotto la finestra sono riuscita a sistemare, in diagonale, una vecchia poltroncina di vimini con un cuscino a fiori gialli e viola; sulla parete ho appeso una mensola con due vasetti di edera finta.
E ho portato libri. Mi accontento di poco: un'oretta tra le nove e le dieci quando tutti gli ululanti sono a scuola o al lavoro, e prima di mettermi in cucina. Mi accomodo nella poltroncina appoggiando i piedi sul wc difronte: fa bene alla circolazione. I libri sono vecchi e straletti. Ora sembrano nuovi. Anche l'odore delle pagine è nuovo, è come quello del pane di due giorni avanzato nella credenza.
Adoro anche i quotidiani del mese prima, il sottile turbamento che si prova nel rileggere l’avvio di vicende di cui ora conosciamo la conclusione (ma il senso?).

Un giovedì.
Rileggo per la quinta volta quel capitolo di "Lolita" in cui il professor Humbert tenta disperatamente e ridicolmente per una notte intera di farsi la ragazzina nello squallido motel coronato da scrosci di sciacquoni. Perché tutta la mia vita è come la notte di Humbert Humbert. Mi sembra chiaro. Disperata e ridicola.
Nel silenzio della calda mattina, all'improvviso uno strillo dalle scale. E' Simone. E' tornato da scuola prima del tempo chissà per quale motivo.
SIMONE: "Mammaa!"
Io taccio, come ho rapidamente deciso.
SIMONE : "Mammaaa!"
Occorre alzare baluardi quando le "a" finali diventano più di due.
E' così che per la prima volta chiudo silenziosamente, per quanto lo consente la serratura arrugginita, la porticina a chiave.
Anche questo figlio scende zompando le scale della cantina, scarabattola qua e là, risale, apre e chiude qualche porta, torna ad emettere i suoi ululati, poi esce nel cortile. Ha solo sei anni. Ma non mi importa molto dove va.
Esco dal mio rifugio solo quando torna Armando. Non c'è pronto niente da mangiare, ovvio. Apparecchio con dei sottopiatti di plastica per fare più in fretta, riscaldo la zuppa e lo spezzatino di ieri. Armando non protesta. Non protesta mai, lui; è buono, lui. Oh Dio se è buono. Io no.

Ho comperato un fornelletto elettrico, una caffettiera e un pacchetto di caffè. Leggo e bevo il caffè con voluttà. La gatta ha finalmente partorito e mi assorda con le sue fusa; le ho lasciato solo un gattino, gli altri li ho annegati. Ma lei fa le fusa lo stesso, non sa contare.
Un po' alla volta ho portato giù dei biscotti, una scatola dei soliti cioccolatini stantii che Armando mi ha regalato per l'anniversario, un plaid, il lavoro a maglia. Sulla lavatrice ho appoggiato un abat-jour dal paralume macchiato di muffa, che emana una luce grigiastra, però sufficiente per contare i punti. E' un maglioncino viola per Michele, per l’inverno. Mi ha detto che lo vuole girocollo e con due trecce sul davanti. Semplice.
Tuttavia, dovreste saperlo, la luce degli abat-jour è velenosa; è così che il maglioncino ora ha tre maniche, nessuna apertura per il collo e un gran buco tondo in mezzo alla schiena. Assolutamente stupendo.
Sono brava con i ferri da calza. Ho fatto anche dei calzini verdi con un dito rosso che spunta dal collo del piede, un guanto marrone con tre dita e un altro con sei, un berretto jacquard nero e grigio con un portaproboscide. Farò tanti bei pacchettini per Natale, per la mia adorata famiglia.

C'è un chiodo nel soffitto a cui appendo un rozzo di salsiccia, da mangiucchiare con comodo. Così però ci vuole anche il tagliere e un coltello da cucina.
Ecco - il coltello.
E' quello che mi sono trovata a stringere spasmodicamente il giorno in cui Armando, rientrato accidentalmente durante la mattinata per prendere non so che cosa, si è avvicinato alla porta del bagno:
ARMANDO: "Teresa, lo so che sei lì; perché non vieni fuori?"
Ha sfiorato - direi che ha accarezzato - la porta, ma non ha tentato di aprirla. Le dita intorno al coltello mi si erano indolenzite.
Cavolo, non mi debbono prendere così di sorpresa, io debbo essere preparata per tempo a vederli, a recepire la loro presenza.
Per questo ho portato nel bagno l'orologio della cucina: è importante che io avverta l'approssimarsi del momento in cui essi tornano a casa, per riporre accuratamente libri e provviste, lavare e asciugare le tazzine, chiudere l'uscio, pettinarmi e ricomparire in cucina per la recita giornaliera.

Essi parlano e parlano; ma non capisco più bene che cosa dicono, molte cose mi sfuggono come se fossero pronunciate dal fondo di un pozzo oscuro in cui si rifrangono gli echi del giorno. Talora mi sembra che si ripetano, avverto la loro insistenza. E' più semplice non rispondere.
Gli odori della casa mi sono estranei; l'altro giorno ho bruciato una bistecca, e mi è parso di sentire l'odore delle alghe marcite su di un arenile al Lido di Volano, in una lontana estate. Ho quasi gridato aprendo il sacchetto della farina: sapeva di more e di terra, come la nonna vestita di viola. Le tende della camera da letto esalano sangue mestruale anche dopo che le ho furiosamente lavate; le lenzuola sanno di limatura di ferro, pungente e gelida.
La pila dei vecchi giornali cresce, ma ora non mi interessano più. Anche il mondo è vecchio - tutto è sempre accaduto anche se io non lo leggo - anche se non giungono notizie dalle città del vento. Tutto è già accaduto. In ogni caso, è accaduto oltre il cerchio che sto tracciando attorno a me.

Così, giorno dopo giorno, ritiro lentamente il lungo strascico della mia veste, centimetro dopo centimetro, oltre la soglia che io sola posso varcare.
Perché ora succede che talvolta mi chiuda nella lavanderia anche nelle ore in cui c'è qualcuno dei miei per casa; capita, per esempio, quando si sono tirati dietro degli amici, o se insistono troppo per parlare con me. D'altronde è così fresco quaggiù, e questa estate è proprio afosa! e poi ho scoperto che mettendo la poltroncina sulla lavatrice posso piazzare di traverso alla stanza la branda pieghevole dell'infermiera.
Un tramestio, un tonfo, un rumore di vetri infranti, imprecazioni. E' Armando, gli deve essere caduta la cassa delle birre. L'odore della birra si infila tra le fessure, riempie lo sgabuzzino della sua anima dolciastra, per virare poi, improvvisamente, in fetore di acido fenico. Mi mordo una mano per non urlare. Oh non aggreditemi sin qui dentro! ho diritto di asilo!
Altro tramestio, rumore di cocci; Armando sta spazzando - carica i cocci nella pattumiera e li getta nel bidone. Risale le scale. Silenzio. Ora posso riprendere a respirare.
Dovrò tappare tutte le fessure con strisce di gommapiuma autoadesiva lungo gli stipiti e alla base della porta.

Da un pezzo ho traslocato la cesta della gatta con il suo gattino nel garage; alla gatta non piacciono le porte chiuse. Ho appeso al muro una foto della nonna, colta a letto mentre la imbocco, la faccia distorta in un ghigno sdentato.
Mi guardo allo specchio; voglio capire se ho iniziato ad assomigliare alla vecchia, a colei che chiudendo dietro di sè porta dopo porta per tre lunghi anni mi ha derubato delle mie quiete geometrie, ripiegando dietro la sua feroce neghittosità. Non so quasi nulla di mia madre, è la nonna che mi ha allevato. Sì, abbiamo gli stessi occhi, mi pare.

La notte è torrida e piena di zanzare. Armando dorme a bocca aperta, braccia e gambe spalancate come un pupazzo rotto. Occupa quasi tutto il letto, a me non è rimasta che una bollente fettina sul bordo.
Devo andare a bere qualcosa di fresco, a bagnarmi i polsi e la nuca. Non so come, mi ritrovo nella cantina, nel mio adorato cesso-sgabuzzino. Apro la branda e mi ci stendo; ora ho un territorio tutto mio; fa così fresco che debbo coprirmi col plaid.
Ho dormito a lungo, senza sogni come un animale. Mi sveglio per via del gran casino che stanno facendo gli uomini di casa, grandi, piccoli, medi.
Voci irritate, porte sbattute, lo smergolo feroce della gatta cui evidentemente hanno pestato una zampa. Odore di latte bruciato (che sciama crudelmente in un sentore di garofani sfatti), lo sgassare mefitico del motorino di Michele a soli due metri dalla mia porta. Non mi hanno nemmeno cercata.
Io resto a guardare in quieta beatitudine le bordure di pizzo all'uncinetto sugli scaffali, le roselline azzurre che ho dipinto a stencil attorno alla cornice della finestra.

Sono brava col trapano elettrico; ho montato sulla porta, dall'interno, un catenaccio; sulle pareti ho appeso altri scaffali dove tengo due tegami e le provviste in bell'ordine: scatolame, biscotti, pasta. L'altro giorno, per esempio, mi sono preparata spaghetti al tonno; gli altri, di sopra, non so che cosa abbiano mangiato.

Lo strascico della veste, ormai, è quasi tutto dentro la soglia.
Da un po' di tempo esco dal bagno solo quando sono sicura che sono tutti usciti di casa. Armando talvolta fa finta di uscire, per sorprendermi; ma io non ci casco, riconosco il suo odore anche di là dalla porta (sa di cavi elettrici bruciati).

Simone, un pomeriggio, è rimasto per mezz'ora a piagnucolare davanti alla mia porta. Per fortuna ha poi deciso di andarsene.
L'altra notte ho portato nel bagno il fucile da caccia di Armando.
Non mi avranno.
_____________________
postato da: gibe2001 alle ore 12:30 | link | commenti (10)
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lunedì, settembre 20, 2004

CANTINE (radioracconto)
I Parte

Ecco, l’odore dei funerali. E' come una curva sinuosa che vibra sopra un fondale giallo sporco, si sfilaccia uscendo dalla sua traiettoria, e poi si spegne disgustata. Potrei quasi vederla, con i miei occhi brucianti per le veglie delle ultime notti.
La nonna è vestita di viola, il suo colore; tra le mani incrociate sul petto tiene ancora un paio di scarpine rosa stinto di quand'era neonata. Nessuno, da due anni, è mai riuscito a strapparle dalla sua stretta. I miei figli pur di non doverle baciare la gota di cartapecora hanno baciato le scarpine.
SIMONE : "Ma sanno di terra!"
MICHELE: "E' la nonna che sa di terra, scemo."
SIMONE: "Non è vero. La nonna sa di caramella."
MICHELE : "Sì, di caramella marcia."
SIMONE: "Mamma!"
TERESA : "Sst"
SIMONE : "Mammaa!"
TERESA: "Ma insomma, che cosa c'è?"
SIMONE: "Mammaa! Michele dice le brutte cose!"
MICHELE ( ghignando dall'alto dei suoi tredici anni): "Ma sono tutte vere."
La rapida ombra della mano di mio marito si abbatte sulla nuca di Michele, il quale sobbalza appena: è troppo interessato ai due becchini che stanno inchiodando la cassa.
Usciamo dal retro tutti quanti: la cassa con la nonna e i becchini, il titolare delle "Pompe funebri Cielito Lindo", e poi noi, le zie di Codigoro, la moglie del macellaio, il farmacista, la gatta incinta.
Le porte delle altre villette a schiera sono chiuse. Nessun coinvolgimento.
SIMONE: "Mammaa!"
TERESA: "Che cosa c'è adesso?"
SIMONE : "Mammaaa!"
TERESA : "Ti ho sentito. Smetti di frignare."
SIMONE: "Michele mi fa le puzze!"
Decido di non approfondire.
MICHELE : "Mamma!"
TERESA : "E tu, che vuoi?"
MICHELE : "Guarda! A Simone gli viene la candela giù dal naso."
C'è anche Armando, qui vicino a noi. Perché non chiamano lui, qualche volta? No, debbono sempre chiamare me.
Così mi tengono, con sottili filamenti di ragnatela.

La nonna ha sciolto da anni i suoi fili - oh la vecchia maligna seduta sul letto con le scarpine strette nelle sue mani adunche; il suo sguardo sembrava sperduto - ma era proprio così? Talvolta pensavo che lei avesse scelto il letto, le scarpine, l'ombra della stanza, l'odore di disinfettante e di orina - le piaghe da decubito, le oscillanti ampolle delle flebo colorate ora di giallo ora di rosso sangue, e da ultimo la sacca del catetere in cui parevano gocciare in oscure vischiosità i suoi ultimi segnali di esistenza - la mente volata via come un'ape disturbata - le facce colpevoli dei parenti che si vergognavano di non amarla più. E con questa scelta si era scrollata di dosso la vita come un insetto fastidioso.
Michele ha ragione. In casa c'è odore di terra e di caramelle stantie. Pulirò tutto con alcool, candeggina, ammoniaca, acido muriatico; c'è qualcos'altro di più potente? L'odore della vecchiaia è duro da far scomparire.

C'è odore di mele nel seminterrato, odore di olio per motori, quello freddo degli oggetti di metallo, quello acre del concime granulare per le rose del giardino, quello grasso della nafta. Il viaggio nel seminterrato si srotola seguendo gli odori, dalla cantina vera e propria dove stanno le casse di birra e le mele, al garage-officina dove traffica Michele attorno al suo motorino, e, con molto minor competenza, Armando attorno alla nostra vecchia auto - fino al ripostiglio dove tra larve di oggetti senza più nome c'è uno sfiancato divano di sky verde e un televisore in bianco e nero, per mio marito, quando vuole guardarsi in pace le partite.
Sulla parete di sinistra si apre la porta di quella che chiamiamo pomposamente lavanderia. In realtà è poco più di un cesso: ci stanno appena il water, un microscopico lavandino e naturalmente la lavatrice. Riempio di stracci una cesta e la porto nella lavanderia per la gatta che tra poco dovrà partorire.

Ed ecco, immancabile ed implacabile, non appena io mi defilo anche se per poco dalla visuale di qualche figlio o marito, l'invocazione:
MICHELE: "Mamma! mammaa!"
Mi rialzo, sto per aprire la porta e rispondere, ma qualcosa mi trattiene.
MICHELE: "Mammaa! dove sei? dov'è la maglia verde con le strisce?"
Già. Dov'è la maglia - la canottiera - l'atlante geografico - la merendina - il biglietto dell'autobus - la cravatta gialla - il giornale di stamattina - l’impermeabile aereo - il pattino destro dell’afghanistan - il nido della libellula... Basta che io chiuda una porta, una qualsiasi porta (con particolare preferenza per quella del bagno) che subito si leva il bercio di qualcuno che vuole qualcosa - ma che in sostanza attraverso quel qualcosa vuole me.
Respiro profondamente e mi siedo sul coperchio del water in silenzio.
MICHELE: "O mammaa!"
Lo sento arrivare, pesticciare un po’ in giro e poi andar via. Mi cerca al piano di sopra, lo sento aprire e chiudere varie porte, poi scende di nuovo.
Ora mi trova stesa senza scarpe sul divano di sky a leggere un vecchissimo Topolino che ho preso da una pila nell'angolo legata con lo spago.
Non dice nemmeno "mamma" (lo ringrazio mentalmente per questo); va a prendere il motorino scuotendo il capo, perplesso.

Dal divano esala un odore dolciastro, come di vomito rinsecchito, piuttosto avvolgente comunque. Mi alzo e sollevo i cuscini da cui sgorgano lacrimosi grumoli di gommapiuma: ecco, proprio nell'angolo di destra c'è un topo morto chissà da quando. Uno dei tanti silenziosi crimini della gatta gialla. Con le tenaglie di Michele afferro il topo per la coda e lo vado a gettare nel bidone dell'immondizia, dove cade crepitando come una foglia secca. La gatta gialla mi fissa con aria accusatrice poi va ad ispezionare la cesta che le ho preparato.

Oggi è domenica.
-- esaurita la messa a Nostra Signora di San Mamante e il gelato sul Corso
- esaurita la grigliata di salsicce con gli amici di Armando, i ciclisti della “Forti e coraggiosi”
MICHELE (voce in sottofondo): “Simone si è sbrodolato la maglia con il cioccolato!”
- esaurito il film al cinema parrocchiale
SIMONE: (c.s.) “ Mammaa! Michele mi mangia tutti i pop-corn!”
- esaurita la lenta purificatrice procedura serale
ARMANDO(c.s.): “Teresaa! dove sono le mutande pulite?
esaurito ogni segno di vitalità sull'onesta faccia di Armando mentre legge "Motori rombanti e vergini scarburate"
- esaurito ogni residuo di desiderio
ARMANDO (c.s.): “ Teresa! ma dai! non dirmi che hai ancora mal di testa!”
- esauriti tutti i riti famigliari del fine settimana
- ecco, ora l’odore della notte lento trabocca dal crogiolo del giorno e si riversa sulle strade sulle villette a schiera sulle auto parcheggiate sui gazebo sulle baite tirolesi sui nani di gesso sulle fontane di similcotto sulle pergole di legno sui dondoli ingialliti sui giocattoli di plastica abbandonati nei prati
- mentre invisibili zampilli telecomandati innaffiano microscopici giardini, tutti in sincronia come lamenti o lacrime -
ma di che odora la notte?
Ora lo so. La notte odora di cose rimandate di frasi non finite - solo gli echi dei richiami diurni (mammaa! Teresaa!) lamentosi angosciosi privi di un oggetto preciso indefiniti come i gorghi tra le nuvole - echi intercambiabili -
echi dove io non sono (io sono da un'altra parte, quale non so) ma che ugualmente riescono ad aggrapparsi a me come sacchi di sabbia
e io, dove vado, dove posso andare?

(Una pausa) Gabbiani. Come hanno fatto ad arrivare sin qui, i luridi divoratori di immondizia? Seguono i nostri detriti, le tracce fangose del nostro passaggio, le deiezioni della nostra esistenza.

Un lunedì, un lunedì qualsiasi.
Santiddio, questa settimana tocca a me lavare le maglie di tutta la squadra di calcetto di Michele. Comprimo nella lavatrice la tentacolata massa bianca e verde umida informe acre di sudore: no, non vomiterò, né piangerò.
La gatta viene di nuovo a controllare la sua cesta annusandone ogni centimetro; forse sa che da quella cesta la sua prole è sempre sparita. Sarà il caso che io cambi cesta? No, la gatta adesso vi si accoccola facendo le fusa e fissandomi con i suoi mobili occhi gialli. Sembra di suo gusto.
Già che sono qui penso che potrei anche pulire il piccolo bagno-lavanderia; tiro via le ragnatele dagli angoli, spazzo, frego furiosamente le incrostazioni di grasso da motore sul lavandino, le striature di giallo calcare nella tazza del water.
Ottima pulizia, al meglio delle mie capacità. Il locale ha cambiato odore, sa di fresco acidulo.
E poi via, via tutto: il lercio barattolo che contiene la pasta per sgrassare le mani, il pettine viola sdentato, la spugna corrosa e verdastra, lo specchio dalla cornice celeste scheggiata che penzola da un chiodo storto. Al loro posto una saponetta profumata, un bicchiere di plastica lilla con un pettine nuovo, uno specchio di legno a ricci dorati comperato alla Fiera delle Cipolle.
Odio i tappetini da bagno (ho sempre l'impressione che ci si fermino gocce di piscio) ma ora ne sistemo due di spugna gialla, un regalo della zia di Codigoro, che riescono a coprire le piastrelle verdastre come una moquette; quello poi sul coperchio della tazza la fa sembrare un pouf. Ed è là che mi siedo.
E' bello fissare l'oblò della lavatrice senza pensare a niente nella penombra forata dal ronron della gatta. La luce, poca, viene da una finestrella dai vetri opachi, lassù, protetta da sbarre. Una crepa sottile corre dalla finestra al pavimento ed è in parte coperta da un calendario di cinque anni fa, aperto al mese di settembre, con una data cerchiata in rosso. Chissà che c'era di importante.
(continua domani)
postato da: gibe2001 alle ore 23:34 | link | commenti (4)
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martedì, settembre 14, 2004

Oggi, una piccola notizia curiosa. Della serie: Le stravaganze nella storia.

Un certo Lippo di Bartolomeo Dardi aveva aperto a Bologna in via Pietralata una rinomata scuola di scherma, che nel 1413 ottenne vari privilegi da parte del Governo bolognese. Bene, nel 1443 il Dardi presentò una petizione al Reggimento offrendosi di ridurre i prezzi per le lezioni se gli fosse stata concessa la cattedra di geometria (sic!) presso l'Università; cosa che ottenne, con il compenso di 150 lire bolognesi, e ciò fino alla morte . Egli infatti riteneva - e pare che fosse una costante dei maestri d'arme sino a tutto il secolo XVI I - che "l'arte dello scrimere" non facesse che tradurre i divini precetti della geometria. I c.d. "circoli misteriosi", gli angoli retti ed ottusi, le parallele e le divergenti fecero proliferare i vari trattati di scherma di complicatissimi schemi ed elucubrazioni, per cui la scherma si ridusse talvolta ad una specie di artificiosa cabala, con gran disprezzo da parte degli studiosi di tale disciplina dall'800 in poi.
E tuttavia, l'idea in sé - anche se probabilmente poco pratica dal punto di vista della tecnica schermistica - mi sembra audace, originale, e sicuramente poetica. Bene fece il Governo bolognese a conferirgli la cattedra, che sicuramente il Dardi tenne con maggior dignità di tanti altri docenti. Perché lui aveva certo sperimentato che cosa significa sbagliare a tracciare un angolo, o uscire dalla tangente. Sul proprio corpo o su quello altrui. E col sangue. Quale insegnamento è supportato da una sperimentazione così profonda e veritiera?
postato da: gibe2001 alle ore 22:27 | link | commenti (11)
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domenica, settembre 12, 2004

GENTE DIMENTICATA (o quasi)

JOHN HOWARD (Inghilterra 1727 – Turchia 1790)
Stravagante in gioventù, decise nel 1755 di portare soccorso alle vittime del terribile terremoto di Lisbona. Ma durante il viaggio per mare fu preso prigioniero dai Francesi, nelle cui carceri fu rinchiuso per un certo tempo assieme ai criminali comuni. L’esperienza per lui fu fondamentale, e per tutto il resto della vita non fece che adoperarsi presso i governi di molti paesi per rendere migliori le condizioni nelle prigioni, sviluppando il concetto che la detenzione non è solo un luogo destinato a separare le mele marce dalle buone, ma deve diventare un mezzo per imparare un lavoro e acquisire un’istruzione. Concetto indubbiamente assai avanzato per quei tempi. Così in molti luoghi, soprattutto negli Stati Uniti, le carceri furono sostituite dalle “case di penitenza”, dove si inizò ad insegnare a leggere e a scrivere, ed un mestiere. Howard visse assai poveramente per trovare i mezzi di compiere i suoi viaggi e assistere tanti miserabili.
La sua pietà si estese anche agli animali: per esempio, destinò un suo terreno ai cavalli vecchi e malandati perché vi trovassero pascolo e riparo.
Morì assistendo gli appestati in Turchia.
postato da: gibe2001 alle ore 21:20 | link | commenti (7)
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